Sport o competizione? Meglio la “pratica”!

I giochi olimpici a Beijing si sono conclusi. Dopo il conteggio delle medaglie, che mi è sembrato il vero sport praticato da molti pseudo-sportivi e di sicuro l’attività preferita di molti pseudo-giornalisti, molti atleti si rimetteranno in moto per abbattere record e per glorificarsi di significativi risultati con eccellenti prestazioni.

E’ una macchina di intenti difficilmente scardinabile, difficilmente attaccabile quella della ricerca ossessionata, con caratteri di vera paranoia, da parte di molti atleti.

Non mi interessa l’etimologia della parola sport nè tantomeno quella della parola competizione. Con questo, non posso e non voglio rinnegare lo sforzo che passate culture hanno profuso per coniare significati che però possiamo avere il diritto di esaminare e di comprendere, piuttosto che accettare passivamente.

Quale messaggio è arrivato ai milioni di tele-spettatori all’inizio, durante e alla fine di questi giochi olimpici? Pensiamoci. No, non è un grande sforzo mentale, seppur, forse, inusuale o traditore o poco ordinario.
Vediamo di riassumerlo, poichè ciò vuol essere da spunto per un dibattito anche personale dell’atleta, troppo spesso intento nei risultati agonistici e poco spesso in quelli di ricerca, di esplorazione, di crescita.

Ho visto molti atleti davvero tesi e tritati dalla loro brama di conquistare una medaglia, di raggiungere un primato, di classificarsi per le finali. Ho visto atleti piangere per successi ed alcuni per non aver conseguito il risultato per cui ha lavorato tanti anni. Ho visto un pubblico ed una critica rendere fenomeno un gesto ed il suo risultato.
Con queste aspettative, cosa può far l’atleta se non la ricerca della sua massima espressione attraverso uso di sostanze dopanti.
Macchine per far soldi che agognano contratti pubblicitari e nazioni che ne danno connotati politici superiori all’ampiezza delle spalle del proprio atleta.
Questo è quello che passa: date tutto, ad ogni costo, sacrificatevi per la gloria, per l’orgoglio. Il risultato sarà l’unico strumento di misura per “pesarvi”, per dare un senso alla vostra vita di eterni “secondi”.

E’ stato – ed è – uno spettacolo penoso, e lo dico con fermezza e durezza!

Certo, questa affarmazione suona dura e sicuramente è criticabile e certamente puo’ non essere condivisa.
Ma io, come molti, credo nel valore dello sport e credo anche nel valore della competizione ma gli obiettivi possono essere diversi da quelli di una semplice collezione di medaglie.
Non è vero che lo sport ti aiuta a vivere. Sono parole sensa senso e di pura formalità se non è l’uomo a donargli un senso ed una motivazione più alta del semplice gesto atletico.

Pratichiamo arti marziali e molti di noi hanno dimestichezza con filosofie e pensieri che vanno ben oltre il quotidiano praticare in una accademia/dojo/palestra. Tra questi, diversi si sentono vicini al concetto di ” spirito guerriero” della cultura giapponese. Alcuni di voi sono abili nei mendri della tradizione cinese ed altri in quella vedanta, altri ancora in quella Zen.
Altri ancora si sono formati una propria filosofia personale (ma sempre mutuata da una base e mai scevri di informazioni) ed altri ancora….non ci hanno mai semplicemente nuotato dentro. Ebbene, tutti noi abbiamo sperimentato che c’è “sofferenza” nella vita, soprattutto quando ci abbandoniamo quotidianamente ad aspettative, attese, risultati. E questa sofferenza è accompagnata dalla “sofferenza della sofferenza” nel constatare, ad esempio, che un nostro risultato è stato disatteso e ci sentiam tristi nel constatarlo (esercizio di osservazione assai arduo e molto sottile).

Non è un mero esercizio filosofico. E’ esperienza, è tattile, è emotivamente provabile.

Persino quando facciamo sparring possiamo provare attaccamenti, e quindi essere rigidi, duri, scontrosi, subdoli anche, oppure possiamo provare la morbidezza, l’elasticità, la naturalezza del gesto quando ci apriamo, quando le nostre tattiche confluiscono in un “non attaccamento”, in una mente “non rigida”. In quel momento ci sentiamo in armonia, morbidi, sinceri, leali, inclini al sorriso e alla sorpresa…e non di rado le nostre performance migliori sono legate a questo stato “unico”.
Come puo’ esserci il pianto per la vittoria o per la sconfitta? E’ solo lo stupore ed il lieve sorriso che può nascere dopo aver sperimentato un simile “stato”.

Lo sport, come la pratica di una attività che coinvolge il nostro apparato motorio nella sua totalità, potrebbe veramente aiutare l’uomo nella pratica e nella riflessione dei suoi stati mentali, della sua ordinaria capacità intellettuale e cognitiva.
Lo sport potrebbe aiutarci a mantenere un corpo sano…in una mente sana. E se un’atleta prende coscienza di questo non è affatto improbabile che comincia a studiare il modo in cui riportare questi insegnamenti nella vita in comune con altri suoi simili, nell’ambiente di lavoro, di studio, di svago o in quelle situazioni che tanto ci irritano e ci fanno sentire degli estranei.
Così, potremmo cominciare a studiare l’alimentazione, il recupero, il riposo, gli aspetti della mente, le sue inclinazioni, le sue debolezze, le sue aspirazioni e le sue potenzialità (finalmente).

No, non sminuisco affatto le competizioni sportive. E’ solo che abbiamo preferito queste rispetto alla pratica, all’osservazione, all’introspezione.
Le arene in cui ci battiamo, è il terreno per la quotidiana pratica ricca di spunti. Davvero troppo ricca per farne a meno.
Vedere come reagiamo quando ci prepariamo a fare sparring, gli avversari che ci scegliamo, le nostre tattiche. Riusciamo a capire quanto siamo infimi quando dichiariamo, ad esempio, “oggi non sto’ proprio bene, fai piano…” e poi parti a razzo per sottometterlo con ignomia. Oppure, quando veniamo invitati ad essere morbidi con il compagno per imparare la fluidità ed invece ci accingiamo a muoverci come bastoni scaraventati come da un fiume in piena, incuranti dei propositi dell’azione ma tutti impegnati a non perdere e mai a dichiarare la propria sconfitta. Oppure, quando gli anni di pratica ce lo permettono, scegliere un avversario inferiore per non far inacidire il nostro ego. No, la competizione è davvero importante, è davvero utile.
Non è solo importante COSA fai, ma COME lo fai. Il COME è il salto di qualità di ogni praticante.

Il corpo umano invecchia, si accartoccia, si consuma, si impigrisce. Solo l’ego resiste con ignobile virilità, e non ci abbandona neanche prima dell’ultimo respiro. Chi apprende il valore della pratica sportiva non lo abbandona.
Può allora far differenza aver vinto 2, 12 o 100 medaglie?

~ di fightordie su Settembre 2, 2008.

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